//La malattia di Alzheimer: etiopatogenesi, clinica, diagnosi e terapia

La malattia di Alzheimer: etiopatogenesi, clinica, diagnosi e terapia

La malattia di Alzheimer prende il nome dal neurologo tedesco che ne descrisse il primo caso all’inizio dello scorso secolo. E’ ad oggi la demenza più comune.

Tra i fattori di rischio vengono indicati l’età avanzata e la presenza di altri casi in famiglia. Da un punto di vista genetico, oggi è riconosciuto il ruolo svolto da un insieme di mutazioni del gene APOE, sul cromosoma 19, che codifica per una proteina trasportatrice del colesterolo. Una forma in particolare di questa proteina (detta ε4) è associata ad un rischio aumentato di sviluppare la malattia rispetto alla popolazione generale.

Altri fattori coinvolti sono:

  • il sesso femminile
  • un basso livello di scolarità
  • ridotta attività fisica.

Esistono alcuni geni specifici che codificano per delle proteine dette preseniline che sono associate a delle forme di Alzheimer ad esordio precoce e a trasmissione autosomica dominante, responsabili della maggior parte dei casi familiari della malattia. Infatti, la malattia di Alzheimer è perlopiù idiopatica, ovvero compare in maniera isolata e senza cause conosciute.

Patogenesi

Il danno vero e proprio si realizza a livello dei neuroni corticali, sebbene siano coinvolte comunque aree diffuse cerebrali. Le lesioni sono dovute alle placche senili, ovvero un accumulo di una proteina chiamata beta-amiloide all’esterno delle cellule che è responsabile della morte delle stesse. La beta-amiloide può accumularsi anche nello spessore delle pareti dei piccoli vasi arteriosi cerebrali (fenomeno detto angiopatia amiloide). Altre lesioni conosciute sono i grovigli neurofibrillari, ovvero aggregati di proteina tau iperfosforilata all’interno delle cellule. Il risultato complessivo di questi danni comporta la morte dei neuroni specie a livello dei lobi temporali nelle fasi iniziali, poi diffondersi a tutta la corteccia cerebrale.

Clinica

Il dott. Alois Alzheimer

La malattia è quasi sempre un esordio lento, dopo i 65 anni di età. I disturbi cognitivi sono i primi a presentarsi sotto forma di deficit di memoria, specie a breve termine, difficoltà a ricordare i nomi, nei calcoli e nel disegno; può esservi un disturbo dell’orientamento. Tale sintomatologia tende progressivamente a peggiorare fino alle fasi avanzate, quando compaiono amnesia per i ricordi più remoti oltre al peggioramento complessivo di tutte le funzioni cognitive primarie. Nella fase iniziale di malattia il paziente è ancora cosciente del disturbo che lo sta interessando, il che può indurre la comparsa di una depressione secondaria.

Il comportamento può apparire alterato sin dalle prime fasi di malattia ed è molto variegato: si va da stati di apatia, ansia ed irritabilità, a forme con deliri, allucinazioni o aggressività. Tali disturbi sono più evidenti nelle fasi intermedie di malattia, per poi scomparire nelle fasi più avanzate.

Il coinvolgimento diffuso del sistema nervoso centrale causa inoltre la comparsa di segni neurologici, tipici delle fasi più avanzate di malattia. Si va da disturbi della deambulazione (anche simili ad un parkinsonismo) alla comparsa di episodi epilettici, clonie e disturbi del sonno.

La malattia di Alzheimer è un disturbo che coinvolge tutto il funzionamento sociale e le autonomie del paziente, compromettendole in maniera importante. Pertanto è una delle patologie maggiormente causa di disabilità negli anziani.

In un contesto di scadimento complessivo delle condizioni fisiche e psichiche globali del paziente, la prognosi appare infausta con una sopravvivenza media di 7-10 anni; la morte spesso è causata da complicanze infettive specie respiratorie.

Diagnosi

La diagnosi di malattia di Alzheimer viene normalmente posta sulla base dell’esame clinico del paziente e sull’esecuzione di diversi test psicologici. Non sono necessarie indagini diagnostiche ma, in caso di dubbio diagnostico o di esordio precoce, le più utili si rivelano: TC/RMN che possono mostrare una atrofia (assottigliamento) della corteccia cerebrale; PET, ovvero un esame che, tramite iniezione di un marcatore, permette di valutare il funzionamento di determinate aree cerebrali che appare ridotto nella patologia in questione.

Tra i test più utilizzati per diagnosi ed il follow-up del paziente affetto da demenza di Alzheimer vi è il Mini-Mental State Examination (MMSE).

Terapie e gestione del paziente

La terapia farmacologica oggi si avvale sostanzialmente di due grosse categorie di farmaci:

  • gli inibitori delle colinesterasi (donepezil, rivastigmina, galantamina), utili soprattutto nelle forme lievi-moderate, in cui hanno mostrato di migliorare le funzioni cognitive globali e di mantenere una buona autonomia personale;
  • gli antagonisti del recettore NMDA (memantina), più utilizzata nelle forme moderate e gravi.

Normalmente la terapia farmacologica si avvale di una combinazione delle diverse categorie di farmaci. E’ fondamentale, inoltre, la gestione del paziente nella sua interezza, specie nel contesto domestico dove assume un ruolo fondamentale il caregiver, ovvero la persona che si prendere cura del malato. Alcuni centri specializzati forniscono supporto psicologico al caregiver per agevolarlo nella gestione del paziente.

E’ importante anche il ruolo svolto dalla riabilitazione neuromotoria e cognitiva, per ritardare più possibile lo scadimento funzionale del paziente e preservare più a lungo la abilità cognitive residue.

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